PRESENTAZIONE ARBATEC - rivista pesca sub
Come spesso accade i desideri, le idee, le ambizioni di noi pescatori ci portano a sognare attrezzature ed accessori che, vuoi per i costi, vuoi per la tendenza a mantenersi standard, il mercato non ci fornisce. E’ questa voglia di avere esattamente ciò che stavo cercando, senza compromessi, senza pensare alla difficoltà di alcune particolari lavorazioni o al tempo impiegato per mettere a punto il più piccolo particolare, valutando la scelta dei materiali sia per la loro qualità che per le caratteristiche tecniche richieste, che mi spinge a costruire arbalétes, legando la passione per la pesca a quella per la lavorazione del legno.
Partiamo dall’impugnatura: troverete in questi fucili una particolare attenzione alla sua costruzione, infatti come nelle pistole da tiro, è dotata di un appoggio che permette alla mano di non stringere troppo la presa e di conseguenza di poter scaricare lo sforzo del brandeggio sull’avambraccio, risparmiando fatica e guadagnando in precisione. Inoltre questo appoggio ha la possibilità di essere regolato tramite due piccole viti, in modo da poter risultare esattamente adatto alla nostra mano anche usando guanti di diverso spessore. In casi particolari (dimensioni particolari o mancini) l’impugnatura viene realizzata di conseguenza in accordo con il cliente.
Altri piccoli interventi ad personam sono possibili: il meccanismo che tiene ferma l’asta in testata può essere scelto tra il classico ponticello attorno al quale gira il terminale o una piastrina alla quale l’asta viene assicurata con un o-ring. Lo sganciasagola può essere posizionato a scelta a destra o a sinistra. A proposito, anche lo sganciasagola credo che meriti una nota: si tratta del classico meccanismo nato per gli oleopneumatici, ossia applicato direttamente sul grilletto. Questo fa si che il “giro” del terminale passi tra il fusto ed il mulinello, senza mai essere d’intralcio.
Come dicevo nessuna scelta è casuale, in particolare quella dei materiali usati. Bisogna valutare le caratteristiche del materiale, ossia la rigidità, la resilienza o resistenza all’impatto e la lavorabilità, poi è indispensabile conoscere il comportamento del legno in presenza dei collanti e delle vernici (epossidici) che serviranno a lavorarlo. La scelta in questione è caduta sull’utilizzo combinato di rovere (70 %) e tiglio (30 %); il primo è un legno di indiscutibilmente marino (vedi carpenteria nautica inglese), dalle caratteristiche prima citate di ottimo livello, il secondo utile sia a togliere peso specifico al manufatto, che a conferire ulteriore rigidità, grazie alla grande quantità di resina assorbita sia in fase di incollaggio che in fase di resinatura (effetto carbonio). Non capisco il motivo dell’ormai universale utilizzo dell’iroko, non degno sostituto del teak, a partire dalle fasi di incollaggio alle quali risulta particolarmente inadatto (refrattario a trattamenti protettivi ed incollaggi a causa della naturale oleosità ndr); un invito per chi sia interessato all’argomento: acquistare un’enciclopedia del legno per valutare pregi e difetti delle varie essenze.
Il particolare che forse più di tutti mi ha spinto costruire il mio primo fucile, è lo scasso praticato sul fusto che permette all’elastico di correre perfettamente dritto dal foro in testata al perno dell’asta. Questo permette al fucile carico di essere un unico corpo fusto/elastico oltre ad evitare le dispersioni di potenza che si verificano quando l’elastico abbraccia il fusto.
